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Quella che andrò a raccontare è una storia vera di persone comuni, una favola di quelle che cominciano in modo tradizionale, senza purtroppo un lieto fine, ma che trasmette una grande morale, un grande insegnamento per tutti coloro che vorranno ascoltare e capire.
Si potranno allora comprendere le ragioni per le quali l’azienda sociale di Montesilvano (Pe), allora fondazione, chiese di essere intitolata alla nostra Deborah, e noi genitori demmo il nostro consenso con l’augurio che la forza, il coraggio e la caparbietà con cui nostra figlia aveva affrontato la malattia, potesse essere d’esempio a quanti erano in difficoltà, affinché trovassero al più presto sollievo alle loro sofferenze.
Questo era quello che avrebbe voluto Deborah :
aiutare il prossimo.
C’ERA UNA VOLTA … una bambina di nome Deborah, DEBORAH FERRIGNO, frutto dell’amore di due ragazzi allora giovanissimi, mamma Maria di 24 anni studentessa, e papà Giancarlo, 27 anni militare,.
Deborah viene alla luce a Pescara il 19 maggio 1998, bellissima, dagli splendidi capelli rossi e due occhi che esprimevano fin da piccolissima una grande intelligenza ed una gran voglia di conoscere ed esplorare il mondo che la circondava. Ma un giorno, a soltanto otto mesi d’età, arrivò la terribile notizia: “sua figlia è affetta da una gravissima forma tumorale, molto rara
YOLK SALK TUMOR (tumore del seno endodermico o del sacco vitellino).
Le parole del primario del reparto di onco-ematologia dell’ospedale Salesi di Ancona, che tentava di spiegare la patologia e le possibili cure, rimbombavano in testa mentre io e mio marito ci guardavamo e non capivamo come poteva essere accaduto proprio a noi, due ragazzi che nella loro vita non hanno mai fumato una sigaretta o mai bevuto un goccio d’alcool.
Eppure questa era la realtà, questo male colpiva anche i bambini, e sembrava aver scelto proprio la nostra. Sono iniziati lunghi periodi di ricovero, dapprima presso l’Ospedale Salesi di Ancona e poi presso l’Istituto Giannina Gaslini di Genova, nei quali Deborah fu sottoposta nel corso degli anni a trattamenti di chemioterapia, un autotrapianto di cellule staminali, tre interventi chirurgici e cicli di radioterapia.
Tutto questo ad una bimba tanto piccola . . . che, invece di andare al parco o al centro commerciale con mamma e papà, si ritrovava lontana da casa in un ambiente ed in una situazione più grandi di lei. Ma lei si fece forza, imparò ad apprezzare quelle piccole cose che le accadevano intorno, traendone la parte migliore, l’insegnamento per affrontare ciò che la malattia le aveva riservato. Anche la paura per i camici bianchi (così chiamava i dottori) ben presto sparì.
All’inizio era spaventata da quelle persone che continuamente la toccavano per capire cosa c’era in lei che non andava, ma con il tempo capì che sotto quegli abiti c’erano delle persone stupende che davano la loro vita per curare i bambini meno fortunati degli altri, e così ben presto imparò a chiamarli per nome e a considerarle parte del suo mondo. Trascorreva la maggior parte dei ricoveri rinchiusa nella sua stanzetta, a causa delle basse difese immunitarie, ma non appena poteva correva nei corridoi a radunare i suoi amichetti e poi subito a giocare in sala giochi. Ballavano e cantavano a squarciagola, facevano giochi di gruppo, disegnavano e coloravano, forse qualche disegno è ancora appeso nella bacheca dell’ospedale.
Giocava con le bambole fingendo di essere la dottoressa e facendo loro le stesse medicazioni che aveva lei, adorava la playstation in particolare Medievil. Amava la musica in tutte le sue forme ed espressioni tanto che nella sua stanzetta non poteva mai mancare una radio.
Il suo cantante preferito era Gigi D’Alessio; conosceva a memoria tutte le sue canzoni, in particolare quelle contenute nell’album <il cammino dell’età>. Era una fan scatenata dei cartoni Titty e Gatto Silvestro, Tom e Gerry. Il suo film preferito era E.T. l’extraterrestre: lo aveva visto cento volte ed ogni volta piangeva sulla scena finale quando E.T. salutava il suo amico per tornare a casa sua. E che dire del cartone Shrek con il fanatico ciuchino, andava fuori di senno.
Non sono mai riuscita a vederla con i capelli lunghi, non ho mai potuto farle le codine come fanno tutte le mamme con le loro bambine. Eppure com’era bella, sembrava di porcellana : naso, bocca, occhi tutto preciso. Chi l’ha conosciuta sa che Deborah era una Bambina Speciale, estremamente sensibile ma con un temperamento duro e caparbio che è stato il suo ed il nostro punto di forza nell’affrontare questo calvario. Sollevava gli animi degli altri bambini ricoverati come lei, li imboccava e si preoccupava per loro regalandosi agli altri in un gesto di altruismo e generosità così grandi che quasi non si capiscecome potessero appartenere ad una bambina tanto piccola . . .
Non passava giorno che Lei non ci incoraggiasse a non arrenderci ed andare avanti in quella vita che era come un fiume in piena, trascinava tutto ciò che incontrava lungo il suo percorso, comprese le nostre speranze di veder salva la nostra bambina.
Ma lei ferma e decisa, anche quando stava malissimo e vedevamo che non ce la faceva più, ci diceva:
”mamma, papà non piangete, vedrete che domani io starò meglio”.
Ci disse la stessa frase qualche ora prima di morire a San Giovanni Rotondo il 20 luglio 2002. 
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